Tahrir di Stefano Savona – pubblicato dalla Prealpina – agosto 2011 – corrispondenza dal Festival del Film di Locarno

Locarno – Tahrir di Stefano Savona presentato al Festival del Film di Locarno nei programmi speciali, racconta di una rivoluzione nata grazie anche alla tecnologia. Un gruppo su Facebook creato da Khaled Said (poi imprigionato per due settimane) aveva spinto migliaia di persone ad affluire in piazza Tahir, al Cairo. Moltissime altre persone si erano aggiunte per cercare chi era sceso in piazza ma non dava più notizie in seguito all’oscuramento dei telefoni cellulari disposto da Mubarak. E proprio su Facebook Savona ci aveva raccontato in diretta questa rivoluzione. Lo scorso 31 gennaio scriveva sulla bacheca usando un iphone che era arrivato al Cairo, a Tahir Square. Il 3 febbraio aggiornava gli amici con un “Resistence. I lanciatori di pietre sono riusciti a spostare il fronte della battaglia con gli sgherri del Rais lontano dalla piazza, che adesso è di nuovo piena di gente. Qui si canta mentre da laggiù arrivano spari e decine di feriti.” Nuovo commento la stessa sera “Tahrir di nuovo piena di gente. I difensori della piazza, che da 40 ore resistono all’attacco degli sgherri del Rais sono riusciti a spostare il fronte della battaglia (pietre contro pallottole e molotov) a 500 metri, da qui, vicino al ponte sul Nilo. Da laggiù arrivano il rumore degli spari e decine di feriti.” Nuovo post il 4 “Cairo, Tahrir Square, oggi in piazza una folla oceanica ma in città l’atmosfera è molto pesante: si moltiplicano le minacce e le intimidazioni e non solo verso gli stranieri. Per milioni di egiziani è ancora il momento del coraggio, della pazienza e dell’ostinazione.” Notizie inquietanti anche il giorno successivo “Migliaia ancora in piazza. Moltissimi seduti per terra davanti ai tank per impedire ai militari di guadagnare metri a spese della protesta. Qui nessuno vuole tornare alla normalità”. Un po’ più di leggerezza il 6: “Cairo, Tahrir Square: stasera la piazza sembra un parco a tema (la cacciata del tiranno) per famiglie. Ci sono venditori di ogni sorta di genere alimentare, bandiera e gadget, ci sono passeggini con infanti e ultraottantenni con sedie a rotelle: se questi sono i Fratelli Musulmani devono essersi portati anche figli, zii, cugini, nipoti, pronipoti, bisnonni…” . Incalzano i commenti la sera dell’8 febbraio: “Cairo, Tahrir Square. La piazza è ricolma di gente come non lo è mai stata in questi dieci giorni, potrebbero essere più di un milione e agli ingressi c’è chi fa ancora la fila per entrare. Oggi sono arrivati tutti gli altri: i pigri, i paurosi, i disinteressati, i troppo impegnati, anche i disfattisti e i cinici forse: la mummia del tiranno non spaventa più nemmeno i bambini … Dimenticavo le maestre (con e senza velo) con intere scolaresche, variopinte mute fu adolescenti shakireggianti che lanciano urletti inorriditi se la marea umana minaccia di spettinarle, neonati catalettici passati di mano in mano al di sopra delle teste, soudsystems tonitruanti per sfottò in rima, una contadina ha incollato un panino sul suo piccolo striscione muto… Immagino che la copertura dell’avvenimento da parte dei media peninsulari sia seconda per puntualità e completezza solo a quella della locale tv di stato (tv Nil) che continua a trasmettere immagini del traffico ordinato di vetture su un ponte sul Nilo (essendo forse la valorizzazione del fiume eponimo la sua missione centrale) e anche qualche audace montaggio d’immagini d’archivio del Rais che sparge abbracci e Amore al Popolo, che costituisce un prezioso documento scientifico su come né le effusioni né le parate né i sorrisi dei capi di stato preservino in alcun modo il soma dalla devastante azione dell’età.” Una foto l’11 febbraio della piazza gremita con un cartello “Theend” tutto attaccato. Tahir diventa Raislessness e Libertino Square.
Le immagini di ciò che allora era stato condiviso con gli amici virtuali (nel nostro caso c’era anche la conoscenza al Festival del Film di Locarno 2009 dove Savona aveva vinto la sezione Cineasti del Presente con “Piombo Fuso”) mettono a fuoco quanto descritto: persone con vite normali, alcune benestanti, che da sole non sarebbero mai scesi in piazza. Una protesta civile e pacata che denuncia gli orrori del regime di Mubarak. Gente che parla, tutti disposti ad ascoltare senza interrompere. Savona ha ripreso a caso le persone che incontrava sulla piazza, uomini e donne con il capo velato ma determinate e bene informate. Grande solidarietà tra i presenti, c’era chi offriva cibo e bevande. Tutti animati da grande entusiasmo per cambiare la storia. Ed è proprio la storia che è stata fissata in queste immagini, il momento unico e irripetibile del cambiamento del Paese.
Ambretta Sampietro

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Intervista a Mimmo Paladino sul film Quijote – Prealpina dell’11.6.2011

Milano – “Quijote”, il film di Mimmo Paladino, evento della retrospettiva “Trent’anni di Mimmo Paladino” che Milano dedica all’artista è un’opera d’arte più che un film, con taglio teatrale con immagini statiche con scene minuziosamente curate come un’installazione. Originali le riprese di alcuni personaggi immobili in primo piano che “parlano” con le loro voci fuori campo. Girato a Paduli, in gran parte tra le sue opere, le riprese hanno spaziato in un raggio massimo di una quarantina di chilometri “per pigrizia e per economia”. Non manca nulla, il castello di Dulcinea, le pale eoliche moderni mulini a vento, edifici recenti che un sapiente gioco di luci rende spettrali e senza. Abile nello sfruttare gli elementi naturali, come ha rivelato alla fine del film, reale è il forte vento che agita e fa danzare i fogli di carta nel dialogo tra il prete – Enzo Moscato e il barbiere – Angelo Curti, una strepitosa luna che si era alzata imprevista alla fine di una giornata di lavorazione, ha fatto realizzare una delle scene più suggestive del film. Non è casuale nemmeno la partecipazione del puparo Mimmo Cuticchio, voce narrante che in apertura invita gli spettatori allo spettacolo con un curioso “trasite” (uscite)perché sembra che Cervantes ebbe l’intuizione di creare don Chisciotte assistendo a uno spettacolo dei Pupi in Sicilia. Paladino è stato disponibilissimo a raccontare questa avventura.
Come è arrivato alla regia?
Il cinema da sempre mi incuriosiva. Per il cinquecentesimo anniversario del don Chisciotte mi avevano chiesto di allestire una mostra al Museo di Capodimonte. C’era un po’ di budget per girare un corto, volevano offrirlo a Mario Martone, senza esitazione mi sono proposto io.
Come ha scelto gli interpreti, artisti famosi ma non tutti attori?
Perché li conoscevo e non dovevo pagarli. Alla base della scelta c’era la totale mancanza di un serio budget, ho dovuto arrangiarmi con amici e parenti, mia figlia Ginestra interpreta Dulcinea. Negli ultimi giorni di lavorazione Peppe Servillo non aveva più potuto venire sul set, ho dovuto utilizzare lo scenografo per girare le scene dove si trova in Paradiso. Lucio Dalla lo avrei scelto comunque, anche se mi fossi chiamato Fellini.
Nel cast c’è anche il poeta Edoardo Sanguineti?
Lo conosceva fin da bambino perché frequentavo la libreria di Napoli dove teneva le sue letture, il suo viso era speciale e ben si presta al cinema. Aveva un poemetto inedito giovanile del 1948 su don Chisciotte. Gli ho detto “Edoà, allora devi venire a leggerlo!”
Il suo Chisciotte è molto personale …
Il film si è costruito facendolo, con un minimo di sceneggiatura realizzata da Corrado Bologna con cui collaboravo per la mostra. Non sono professionista, ho potuto concedermi delle libertà e inserire testi di Borges e di Joyce. Don Chisciotte impazzisce per la troppa lettura, io leggo poco. Alessandro Bergonzoni interpreta il mago del linguaggio perché lo è anche nella realtà. Mi interessava l’enorme letteratura grafica sul Chisciotte, da Dalì a Picasso, e cosa che in arte è importante, vede cose che gli altri non vedono.
Ha altri progetti per il cinema?
Fatto un film viene voglia di continuare.Sto pensando a Federico Secondo, che appare nel film, perché anche lui è un visionario. Ci sono zone tra la Puglia e la Campania che i stimolano visivamente ma non so se ritroverò l’energia e il coraggio di allora. In questi giorni sto sistemando la montagna di sale in piazza Duomo e mi è venuta qualche idea.
E se piove?
Non succederà niente, ho l’esperienza di Napoli dove al massimo il sale si era compattato. E’ sale vero, regalato dalle saline di Sicilia. Quindici anni fa piovve il diluvio universale ma non accadde niente.
Ambretta Sampietro

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Intervista a Pasquale Marrazzo “Ritorno a teatro ma da regista” pubblicata dal quotidiano La Prealpina – 1 novembre 2011

Milano – Dal cinema al teatro ma senza abbandonare il cinema. Così Pasquale Marrazzo che firma la sua prima regia sul palcoscenico con di Non si sa come di Luigi Pirandello in scena dal 3 al 27 novembre al Litta. Dramma in tre atti scritto nel 1934 ispirato dalle novelle Nel gorgo del 1913, Cinci del 1932 e La realtà del sogno del 1914, protagonista è il conte Romeo Daddi, serio, rispettabile, innamorato della moglie e buon amico di Giorgio Vanzi. Nonostante ciò Daddi tradisce l’amicizia e la moglie con Ginevra, amica di famiglia e moglie di Vanzi. Non è stato un innamoramento, ma un atto istintivo che, non si sa come, l’ha portato a fare quello che ha fatto. Anche da ragazzo, con un atto istintivo aveva colpito con una pietra e ucciso un ragazzo durante una lite per futili motivi. Chiamato a rispondere delle proprie azioni, Daddi cercherà la punizione facendo in modo che l’amico Vanzi inconsapevolmente ne sia l’artefice. Questa la materia nelle mani di Marrazzo. Una carriera, la sua, iniziata come attore di teatro, frequentando scuole d’arte drammatica a Napoli e Roma. Quindi il passaggio al cinema, dapprima come regista di cortometraggi legati al teatro quindi cineasta con quattro pellicole all’attivo: Malemare con Enzo Moscato e Cristina Donadio, A sud del sole che è stato proiettato in festival dei quattro continenti, Le anime veloci con Arnoldo Foà e Sogno il mondo il venerdì passato in concorso Cineasti del Presente al festival del Film di Locarno 2009.
Come mai ha scelto di dedicarsi anche alla regia teatrale?
Amo il teatro e la messinscena di qualsiasi cosa, anche come fruitore. Ho sentito l’esigenza di cimentarmi nella regia a teatro con questo testo di Pirandello perché quando frequentavo la scuola di teatro ne avevo recitato un monologo, quello “della Lucertola”. Pirandello è anche un autore classico, inerente al tipo di programmazione del Teatro Litta che produce lo spettacolo.
E’ rimasto fedele al testo?
Ho tagliato solo qualche battuta e filtrato la lettura sotto la luce di Freud e di Sartre. Ho rispettato la metrica dando un taglio essenziale ma non minimale, con una recitazione serrata e allo stesso tempo scarna. In questo testo Pirandello va a scavare in profondità i meccanismi che fanno dell’uomo un uomo morale, analizza il peso della volontà dell’individuo e permette libertà di interpretazione e approfondimento del testo. Ho cambiato il finale, anche Pirandello lo aveva fatto su richiesta degli attori quando lo aveva portato in scena.
E gli attori come sono stati scelti?
In modo intuitivo, senza leggere i loro curricula, mi sono lasciato guidare dalle espressioni del viso e dall’energia che mi trasmettevano. Erano arrivate un migliaio di proposte, ne ho convocati una quarantina. La scelta è caduta su attori di talento, Claudia Negrin, Valeria Perdonò, Emiliano Brioschi, Michele Radice, Alex Cendron con esperienze importanti alloro attivo.
C’è molta differenza tra le due regie?
Si, al cinema si inquadra un particolare e si lavora con una cinquantina di persone intorno. A teatro tutto deve funzionare, non si può tagliare e rifare. E’ un rapporto più diretto, ci sono unicamente regista e attori è come vivere un’esperienza mistica. Il teatro è più autentico, non è influenzato da soldi e potere, lo si fa solo se lo si ama. La mia aiuto regista, Marilisa Cometti aveva già fatto cinema con me e le scenografie sono state realizzate da due artisti noti, Diamante Faraldo e Makio Manzoni.
E’ stato facile?
No, le preoccupazioni dei teatri sono primordiali, devono procacciarsi i fondi per finanziarsi. Non è un bel momento, è stata lenita la possibilità di sperimentare, ci si è uniformati all’idea che gli spettacoli devono piacere a un pubblico sempre più vasto.
Nel suo futuro ci sarà ancora il cinema?
Certo, sto preparando un film che sarà una coproduzione con la Francia, ma è ancora presto per parlarne. L’anno prossimo però vorrei portare in scena un testo di Federico Garcia Lorca.
Ambretta Sampietro

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Intervista a Enrico Brizzi pubblicata dal quotidiano La Prealpina il 17 maggio 2011

Il viaggio a piedi dello scrittore Enrico Brizzi dal punto più a Nord all’estremo Sud d’Italia per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia sulle orme della Società Nazionale di Psicoatletica è stato documentato dal film “Italica 150”della milanese Serena Tommasini Degna e dal libro “Gli Psicoatleti”, Dalai Editore. “L’uomo che arriva alla fine di un viaggio non è mai lo stesso che era partito”, un cambiamento non solo nel fisico e nello sguardo ma anche nell’anima. Parecchie persone si erano unite qua e là, emozionanti gli incontri con la volpe addomesticata Valeria, il cane Vanda compagna di viaggio per tre giorni e una famiglia di cavalli sugli Appennini. Nel film compaiono anche filmati d’epoca concessi dalla Home Movies, l’archivio nazionale dei film di famiglia. Psicoatleta è chi cammina in compagnia per almeno tre giorni, lo è stata anche la regista tra Isernia e Benevento.
Brizzi, cosa le ha lasciato questo viaggio?
L’idea di vivere in un paese migliore di quello che credevo prima di partire. In una società dove ti raccontano che dietro ogni angolo c’è uno sconosciuto che potrebbe squartarti si vive l’incognita sempre come negativa. Nelle novanta tappe di questo viaggio le incognite sono state solo sorprese positive. Arrivavo nei luoghi con uno zaino in spalla e le persone appena si rendevano conto che non ero un malintenzionato si aprivano e mi raccontavano le loro vite, le loro speranze e i loro problemi.
Le hanno offerto ospitalità?
In un viaggio del genere bisogna avere una tabella di marcia come al giro d’Italia, dormendo sempre in ostelli o cercando la soluzione più economica. Al Sud molti ci volevano ospitare a casa loro. Durante l’intero viaggio tanti ci hanno aperto il loro cuore offrendo di mostrarci i loro luoghi.
E’ molto costoso viaggiare così?
Tra i 50 e 60 euro al giorno, meno che andare in vacanza la mare. Uniche spese la camera per la a notte, la cena e i panini a mezzogiorno.
C’è ancora spazio per il viaggiare a piedi nella società di oggi?
Si. Sono cresciuto in città con l’idea che siano circondate da selve impenetrabili, ma hanno tutte accessi e uscite pedonali. E’ possibile arrivare a piedi dappertutto, l’ho fatto anche a Milano e Roma. Molto spesso manca la voglia, la gente di solito chiede quanto tempo occorre, se si farà molta fatica e dove ci si fermerà a mangiare, serve molto spirito di adattamento, si cammina tra i 25 e 45 km al giorno.
Camminare richiede una preparazione fisica?
Solo farlo, questo viaggio è stato un allenamento per il prossimo. I pellegrini medievali non facevano palestra prima di partire, andavano e le gambe si allenavano lungo la via. Serve camminare un po’ tutti i giorni.
Come ha conosciuto la storia della Società Nazionale di Psicoatletica e perché ha deciso di seguirne le orme?
Da libri che mi hanno dato gli amici. Il viaggio è nostro, loro erano partiti da Bormio, abbiamo calcato il loro percorso solo dall’Umbria.
E’ stata importante l’amicizia nel viaggio?
Fondamentale. Devi camminare insieme sotto pioggia, dormire insieme , fare turni per la doccia, innervosirti quando ti perdi, devi essere una squadra. Noi siamo una squadra di una decina di persone.
Il libro è dedicato a Giuseppe e Anita, chi sono?
I Garibaldi. E’ stato inevitabile omaggiare una coppia multietnica ante-litteram che ha dimostrato cosa si poteva fare per Italia. Anita dà il nome alla bandiera di Italica 150. Quest’estate ripercorrerò a piedi tre itinerari “garibaldini”: a fine giugno il percorso dei Cacciatori delle Alpi, dalla Valtellina al Trentino, quindi il viaggio di Giuseppe e Anita da Roma a Comacchio e infine le strade dei Mille dopo lo sbarco in Sicilia.
E a Varese?
Varese e San Fermo sarebbero luoghi centrali dei Cacciatori, ma io percorrerò solo il tratto finale. Con Varese ho in comune la passione per il basket, sono un grande tifoso della Fortitudo e di riflesso seguo anche la Pallacanestro Varese.
E se qualcuno volesse aggregarsi?
Può contattare il sito www.italica150.org  . Prima di partire per i viaggi si cerca di conoscersi, si fanno un paio di giorni di prova, e non è detto che le cose funzionino.

Ambretta Sampietro

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Intervista a Peter Greenaway pubblicata dal quotidiano La Prealpina il 25 luglio 2010

E’ piacevolissimo conversare con Peter Greenaway, per nulla trasgressivo, anzi è uno che cede il passo alle signore e si siede a tavola dopo di loro. I suoi argomenti di conversazione variano dalle specie degli uccelli in volo che ha imparato a riconoscere dal padre ornitologo (quando era bambino lo portava con sé a osservare il passaggio degli uccelli migratori) al numero di chiodi con i quali era stato crocefisso Gesù e che era stato riportato in modo discordante rispetto alla Sindone in alcuni dipinti. Dal nonno aveva imparato i nomi di tutte le varietà di rose mentre la nonna australiana gli ha trasmesso la passione per i gladioli. Gallese, sessantotto anni, è un uomo appagato. Vive ad Amsterdam da una ventina d’anni, ha una famiglia recente e una figlia di nove anni. Pittore, regista, scrittore e sceneggiatore ha in corso molti progetti: tre film in cantiere e molto altro legato alla pittura e alle attività multimediali.
A Locarno per l’inaugurazione della mostra “Le 92 valigie di Leonardo” e per una performance live multimediale all’interno del Rivellino, la galleria d’arte diretta da Arminio Sciolli che comprende una fortificazione il cui progetto è stato attribuito proprio a Leonardo da Vinci anche dallo storico varesino Marino Viganò, tiene precisare di essere venuto solo come pittore e per le installazioni. Ci rivela che “Il Festival del Film di Locarno ha sempre rifiutato i miei film che sono stati presentati con successo in tutto il mondo. Hanno sempre preferito registi con tematiche più “politiche” come Ken Loach mentre il mio cinema è più di immagini e emozioni. Amo l’apocrifo, – continua – sono felice che la mia mostra sia ambientata in un luogo attribuito a Leonardo da Vinci, ma chi lo sa, sono gli storici a dirlo e la storia non è una scienza esatta, non attesta la verità. Non ci si deve fidare della storia, non è controllabile è come un reportage giornalistico e i giornalisti spesso mentono. I giornali sono fatti per intrattenere non per testimoniare i fatti. Quando leggo ciò che i giornalisti scrivono su di me mi accorgo che spesso dicono bugie, ma ho fatto un patto con loro, so che mentono ma sono un bugiardo anch’io perché faccio film, il cinema è finzione.“
A cos’altro sta lavorando ora?
“Vorrei organizzare una grande celebrazione di Leonardo a Milano. Una mostra con 92 corti su aspetti della sua vita del suo lavoro, alcune curiosità come la sua eccentricità e il suo metodo di lavoro.”
E per il cinema?
“Sono molto indaffarato, sto lavorando a tre film contemporaneamente. Quest’autunno con Isabelle Huppert e John Malkovich girerò in Sud Africa la storia del pittore olandese del sedicesimo secolo Henrik Goltzius, è una scusa per fare pornografia, voglio rappresentare le storie erotiche che ha dipinto. Poi andrò in Messico a girare un film sulla perdita della verginità di Sergej Michajlovic Ejzenštejn, l’ha persa in Messico a trentatre anni, a Guanajuato. Più tardi girerò un film su Vivaldi, un suo incontro con Botero. E’ il mio tentativo di fare un film sulla mia personale visione di Venezia.”
Cos’hanno in comune tra di loro Vivaldi e Botero?
“Niente a parte Greenaway che è l’uomo che li fa incontrare. Da giovane ero affascinato dalla musica barocca italiana e dai concert di Vivaldi, è la scusa di fare un film sulla sua musica. Racconterò anche bugie su Vivaldi, ero stato affascinato dal fatto che quando nacque ci fu un terremoto a Venezia e lo battezzarono subito affinché non andasse all’inferno. Una compagnia telefonica mi ha incaricato di realizzare una fiction per il telefonino, diviso parti di circa tre minuti ciascuno da guardare per esempio mentre si aspetta il treno.“
Spesso afferma che il cinema è morto. Come mai fa ancora cinema?
“Il cinema Europeo è morto, i registi ripetono continuamente ciò che si fa a Hollywood, non potrei citare nessun bravo regista mentre posso citare molti bravi pittori e web designer . Credo che ci si debba orientare verso altre forme di arte. La musica è la più immediata, poi la pittura quindi la scrittura che però richiede di essere tradotta per essere compresa. La gente non va più al cinema, io stesso non ci vado da vent’anni. Ad Amsterdam, la città dove ho scelto di vivere, la gente ci va in media ogni due anni. Le sale sono sempre sull’orlo della chiusura, la gente guarda i film in TV o sul computer. E’ molto noioso andare al cinema, si dividono le emozioni con gli altri. Preferisco dipingere leggere o vedere dei video. Guardo i film solo per scegliere gli attori.”
Circa l’esposizione delle valigie, ce ne saranno novantadue?
“Si, una decina sono le stesse esposte a Londra nella mostra di Tulse Luper, le altre sono state reperite per questa mostra. E’ un grande progetto iniziato nel 2003 con molti collaboratori in giro per il mondo con mostre anche in contemporanea accompagnate da allestimenti multimediali. E’ un progetto che continua e che spero non finisca. Ogni oggetto che esiste al mondo è rappresentato. “
Come funziona?
“In ogni valigia metto oggetti simbolici, per esempio una matita. Un oggetto semplice che racchiude in sé molte cose e può dire molto. Anzitutto è uno strumento per scrivere, una macchina che rappresenta tutti gli altri macchinari, dalla macchina da scrivere fino agli aerei americani. Ha una punta che rappresenta la sessualità maschile. Sopra di lei c’è una scritta che rappresenta l’alfabeto e le conoscenze linguistiche. Posso usarla per scrivere una lettera o un intero giornale. Sta nella mia tasca e rappresenta anche tutti i capi di abbigliamento. Questo è il mio modo di vedere. Sono abituato a preparare valigie viaggio spessissimo, in almeno due posti diversi ogni settimana. Una valigia può contenere molte cose, un baby doll, delle lettere d’amore, un cane morto o un pigiama pulito. Un mondo in movimento. “
Cosa metterebbe nella sua valigia?
“I miei manoscritti, in un libro può contenere molto, sogni e lacrime d’amore. Ci metterei anche i miei libri preferiti ma sarebbe una valigia troppo pesante da portare. Ci metterei anche la cosa a cui tengo di più, i miei sogni che si possono dipingere, scrivere o mettere in un film. Anche un computer portatile è una valigia, contiene molte cose. “
Ha progetti anche in Italia?
“Lavoro molto in Italia,progetti multimediali e forse per Natale a Pesaro un’opera inedita di un compositore giovane e sconosciuto. Penso di portare ancora il progetto dei dieci dipinti classici rivisitati, tra cui L’ultima cena di Leonardo da Vinci, le Nozze di Cana del Veronese, Guernica di Picasso, le Damigelle di Velasquez e Monet. Lo scorso dicembre ero stato invitato in Vaticano, ho ammirato Il Giudizio Universale della cappella Sistina e mi piacerebbe rivisitarlo. Ho ancora davanti 10 anni di attività, sono sicuro che farò un sacco di cose. Ho sempre molta curiosità, ho moltissimi progetti e molta gente vuole lavorare con me. E’ anche una grande responsabilità. “
Ambretta Sampietro

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Corso Salani racconta i segreti della sua Mirna – pubblicato da La Prealpina il 14.8.2009

Corso Salani ha presentato Mirna, al concorso Cineasti del Presente al Festival del Film di Locarno 2009. Nato a Firenze nel 1961, vive a Roma. Viaggiatore instancabile, alterna l’attività di attore e quella di regista. Tra le sue interpretazioni Il muro di gomma di Marco Risi, Il Conto Montecristo di Ugo Gregoretti, Mar Nero di Federico Bondi e ll mostro di Firenze di Antonello Grimaldi, in uscita in autunno.
Ha girato alcune fiction e numerosi documentari tra cui la serie in sei episodi Confini d’Europa (2006-2007), cui il Festival di Locarno ha dedicato nel 2008 una retrospettiva. Lo stesso anno è stato pubblicato Imatra, pochi metri d’occidente (Donzelli editore 2008), ispirato dal documentario omonimo premiato a Locarno nel 2007 con il Premio Speciale della Giuria nel concorso Cineasti del Presente.
Protagonista è Mirna, una ragazza argentina che vuole tornare in un paese sulle Ande che è rimasto nel suo cuore. Vive a Buenos Aires, dove per sopravvivere lavora in un chiosco vendendo dolciumi e tabacchi, guardando la gente che passa. Nemmeno l’incontro con Monica con la quale vive una relazione intensa e fisica la trattiene. Attraverso gli occhi e le parole di Monica, che non appare mai, viene raccontata la loro storia: il primo incontro e ogni attimo trascorso insieme rivissuto come un’ossessione che toglie il respiro. Dopo un viaggio attraverso i magnifici paesaggi aspri delle Ande Mirna troverà il “suo” posto quasi per caso.

Com’è nata la storia di Mirna?
Avevo in mente la città, Buenos Aires, e una ragazza che lavorava in un chiosco. Volevo trovare il modo di legare le due cose in una storia. A Buenos Aires ero stato per lungo tempo e volevo tornarci filmando. Il film nasce da una serie di suggestioni, lo scorso maggio ho iniziato le riprese a Buenos Aires, dove dopo una serie di incontri, ho scelto Magalì Lopez. Non avevo una sceneggiatura, il film è stato inventato giorno per giorno girando.

Può spiegare il forte contrasto tra la pacatezza esteriore di Mirna e la fermezza con la quale persegue la decisione di lasciare Buenos Aires?
Non è un contrasto, la naturalezza e leggerezza sono solo forme esteriori di un carattere deciso e determinato. Non lo avevo pensato come contrasto, il fatto di avere un posto da trovare permette a Mirna di avere una serenità che non ha chi è senza una meta nella vita. Mirna sa cosa desidera.

La storia tra Mirna e Monica avrebbe potuto accadere ovunque, perché ha scelto di ambientarla in Argentina?
Perchè mi piaceva Buenos Aires, questa città sconfinata in cui è possibile perdersi, ci sono distanze enormi e ci si può anche nascondere in un chiosco. Mi piacevano anche le Ande. L’Argentina non è determinante, quindi, perchè non andarci? Ho seguito l’ispirazione e sono partito.

Perché ha scelto di mostrare Monica solo con la voce e con un letto sfatto?
Il film ha preso questa forma dopo alcuni giorni di riprese, ho deciso di fare diventare gli occhi di Monica la telecamera, lasciare queste parti di vita come sospese, concentrando le riprese su Mirna che è una ferita nell’animo di Monica.

Perché una donna e non un uomo?
E’ nato così, dopo un po’ che giravo non mi sono più reso conto che si trattasse di una donna. Mirna è un incontro, una persona che lascia tracce profonde, il sesso non è determinante. Fare film è l’occasione per avventurarsi in mondi che non mi appartengono. Avere un punto di vista maschile per me sarebbe stato più facile, è stata l’occasione per rischiare di più.

La vita nel villaggio andino dove Mirna arriva non sembra allo spettatore più confortevole di quella condotta in città. Pensa che ritrovare il posto del cuore sia sufficiente a farla restare?
E’ vero che non è un posto meraviglioso, Mirna vuole sentirsi bene, cerca un’emozione che vuole riprovare. Ha deciso di vivere in questo posto perché le tiene l’animo occupato.

Ha lavorato anche come attore ma ha scelto di privilegiare l’attività di regista, cosa ricorda di Rocco Ferrante de Il muro di gomma?
E’ stato un film importante, ho molti ricordi. Il più nitido è stata la proiezione a Bologna per i parenti delle vittime la sera dopo il Festival di Venezia. Ero al servizio del film, sono orgoglioso di averlo girato perché cercava di rendere giustizia a persone che non l’hanno ancora avuta. Ho spesso accompagnato il film alle proiezioni per le scuole.

Cos’è per lei il viaggio e dove la porterà il prossimo?
Il viaggio è uno spostamento per arrivare in un posto dove restare. E’ come vivere più vite, ogni posto mi dà incontri e situazioni che poi sono fonte di ispirazione. Viaggio per filmare e trarre spunti. Ora sto promuovendo Mirna, non ho ancora deciso la prossima meta.

Qualche anticipazione su Il mostro di Firenze di Antonello Grimaldi e le sue impressioni personali?
Si tratta di una serie televisiva per Fox dove interpreto il ruolo di un giudice. E’ stato molto interessante girare questa vicenda che fa parte della storia recente e sono stato felice di tornare a Firenze per le riprese. Di più non posso dire perché sono vincolato dalla produzione.
Ambretta Sampietro

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Stresa diventa di nuovo terra di set con un film fatto in proprio – articolo pubblicato dal quotidiano La Prealpina 11.5.2010

Ultimo giorno di riprese domenica 8 maggio per FRAMES, lungometraggio di Danilo Nobili, al Centro Studi Rosminiani di Stresa dove il filosofo e beato Antonio Rosmini viveva e incontrava letterati come Ruggero Bonghi e Alessandro Manzoni che lo raggiungeva in carrozza dalla casa di Lesa e discuteva dell’unità d’Italia con grandi personalità del Risorgimento quali Gioberti, D’Azeglio e i fratelli Cavour. Un progetto nato in sordina e portato avanti con molta discrezione da un gruppo di amici con la passione comune per la musica. Samuele Tadini, stresiano, e Nobili, di Vigevano, fanno parte del gruppo Kerygma attivo da qualche anno che suona musica rock inglese anni 70. Una recente collaborazione musicale con altri due stresiani, Davide Varalli e Matteo Bellosta dei DoubleSides e l’interesse comune per il cinema ha fatto nascere il progetto di realizzare un film contando solo sulle proprie forze autotassandosi. E’ nata la Dreamer’s Lake Studios, 5 soci, Danilo Nobili, collaboratore di Telepavia con precedenti esperienze a Tele Altitalia e in una ditta che forniva contenuti a RAI e Mediaset, all’attivo un corto, Il ritorno del cavaliere realizzato nel 2008 si occuperà anche del montaggio. Samuele Tadini, dottore in filosofia collaboratore del centro Studi Rosminiani, è sceneggiatore e scenografo. Altri soci due studenti, Davide Varalli al quale si deve il soggetto e Matteo Bellosta mentre la verbanese Stefania Miani, compagna di liceo di Varalli, si occupa della scenografia dei costumi e del trucco. Tutti tranne il regista recitano nei ruoli principali accanto a Claudia Terragni che è l’unica ad avere esperienze di spettacolo per aver preso parte al film con Checco Zalone “Cado dalle nubi” e aver fatto la valletta su Sky. Anche la colonna sonora sarà realizzata in proprio.
Le riprese si sono svolte ogni fine settimana dallo scorso novembre, in prevalenza a Stresa, al Grand Hotel del Iles Borromées, al Centro Studi Rosminiani, al Loco Beach Club in alcun vie del centro e delle frazioni e sul lungolago con puntate a Belgirate, Fondotoce e Malpensa. Le comparse, tutti amici o compagni di studi, sono state reclutate con il passa parola.
La sceneggiatura di Samuele Tadini, fan di Dario Argento e Stefania Miani, è frutto di un lavoro di sinergia di tutto il gruppo e i personaggi sono stati modellati in base alle caratteristiche personali e l’immagine di chi li avrebbe interpretati per facilitare la recitazione.
Con il supporto dell’Amministrazione comunale si sta organizzando un’anteprima a Stresa non appena il film sarà terminato, evento che non sarà inserito negli Incontri Cinematografici.
Stresa, una località magnifica ma poco frequentata dal cinema negli ultimi anni, è stato difficile girare?
No, tutti sono stati molto disponibili e ci hanno concesso sia l’utilizzo dei locali che i permessi da parte del Comune gratuitamente. Negli anni ‘40 e ‘50 Stresa era un punto di riferimento internazionale, soggiornavano grandi personalità, ultimamente non è stata molto pubblicizzata. Il sindaco sta tentando di rilanciarne l’immagine in modo moderno con l’offshore i rally e le attività culturali.
Come mai non avete chiesto sovvenzioni alla Film Commission Torino Piemonte?
Siamo idealisti, è stata una sfida personale, volevamo vedere come un’idea che coinvolgeva tutti potesse essere realizzata con i mezzi a disposizione e con l’impegno personale di ciascuno. Non sappiamo dove ci porterà questo progetto, speriamo di trovare una distribuzione. Siamo contenti di avere realizzato qualcosa di costruttivo nel nostro tempo libero invece di trascorrerlo nei bar a bere.

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